Dom racconta il suo viaggio nella musica

Better racconta un periodo della mia vita in cui ho attraversato l’oscurità, combattendo con me stesso e con tutto quello che avevo dentro. È un viaggio dal buio verso la luce, fatto di cadute, consapevolezza e rinascita. Perché a volte devi perderti completamente per ritrovarti Better, migliore di prima. 🖤🎸

L’INTERVISTA

1) Ciao, grazie per essere qui con noi, parlaci di te.

Ciao ragazzi, grazie a voi per lo spazio e per la possibilità di raccontarmi. Io sono Domenico, artisticamente DOM. Prima ancora di definirmi cantante, chitarrista o frontman, mi piace definirmi semplicemente un musicista. Uno che ha ancora tantissimo da imparare e che vive la musica in maniera quasi viscerale.

Sono cresciuto con la chitarra in mano e con quella voglia un po’ folle di trasformare quello che avevo dentro in qualcosa che potesse arrivare anche agli altri. Il progetto DOM nasce proprio da questo: dalla necessità di essere me stesso senza filtri. Dentro ci sono il blues, il rock, le mie influenze, le mie cicatrici, le mie paure e tutto quello che ho vissuto.

Negli ultimi mesi stanno succedendo cose bellissime: siamo arrivati sul podio nazionale di Je So’ Pazzo e stiamo vivendo il percorso di Sanremo Rock, che il 16 agosto ci porterà a Livorno per la finale interregionale del Centro Italia. Ma cerco sempre di ricordarmi da dove sono partito. Perché i risultati fanno piacere, certo, ma secondo me un artista deve avere sempre la fame di chi deve ancora dimostrare tutto.

E soprattutto DOM non sono soltanto io. Sul palco c’è una band, ci sono musicisti, persone, un produttore e direttore artistico, c’è un gruppo che crede profondamente in quello che stiamo costruendo. Io sono quello davanti al microfono, ma dietro quel nome c’è una squadra.

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2) Raccontaci del tuo nuovo lavoro discografico.

Questo nuovo percorso discografico per me rappresenta probabilmente la cosa più sincera che abbia fatto fino ad oggi.

Con Bad Habits abbiamo aperto una porta su un mondo molto scuro, blues, sporco, moderno. Poi è arrivata Better, che forse è il pezzo che racconta maggiormente chi sono oggi. Better nasce da un periodo della mia vita in cui ho attraversato parecchia oscurità. Non volevo però scrivere una canzone che chiedesse compassione. Volevo raccontare la possibilità di attraversare quella parte buia e uscirne diverso, magari pieno di cicatrici, ma ancora in piedi.

Musicalmente stiamo cercando di costruire un’identità nostra. Non mi interessa rincorrere quello che funziona in questo momento o fare musica pensando prima all’algoritmo e poi alle emozioni. Voglio che quando qualcuno ascolta dieci secondi di un nostro brano possa, un giorno, dire: “Questo è DOM”.

C’è tanto blues, tanto rock, ma anche una componente cinematografica, atmosfere più moderne, momenti intimi e altri molto potenti. La chitarra rimane fondamentale perché è praticamente una seconda voce per me.

E la cosa più bella è che sento che siamo solamente all’inizio.

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3) Nelle tue canzoni ti piace raccontare storie vissute in prima persona o immaginarie?

Principalmente parto da qualcosa che conosco. Non necessariamente racconto i fatti esattamente per come sono successi, perché una canzone non deve essere un verbale della propria vita. Però l’emozione alla base deve essere vera.

Io faccio molta fatica a cantare qualcosa che non sento.

Posso inventare un luogo, cambiare una situazione, utilizzare una metafora o trasformare completamente una storia, ma sotto deve esserci qualcosa che mi appartiene: una paura, una ferita, una persona, una notte particolare, una sconfitta, una rinascita.

Credo che il pubblico percepisca quando stai dicendo la verità. Magari non conosce la storia che c’è dietro una frase, però sente che quella frase l’hai vissuta.

Ed è proprio lì che succede la magia: una cosa che inizialmente era solamente tua smette di appartenerti. Una persona sotto il palco la ascolta e ci mette dentro la propria storia. A quel punto non è più la mia canzone. È diventata anche sua.

Per me scrivere significa soprattutto questo.

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4) L’artista con cui vorresti collaborare?

Se devo fare un nome senza pensarci neanche un secondo, Vasco Rossi.

Non soltanto perché Vasco rappresenta qualcosa di enorme nella musica italiana, ma per quello che ha rappresentato e continua a rappresentare per me come artista. Quella libertà, quel modo di salire sul palco senza sembrare mai costruito, quella capacità di essere fragile e gigantesco contemporaneamente.

Il sogno sarebbe condividere un palco con lui, magari con la mia Stratocaster addosso. Solo dirlo oggi sembra enorme, lo so. Ma i sogni secondo me vanno detti ad alta voce, altrimenti che sogni sono?

Poi ci sono tantissimi musicisti con cui sarebbe meraviglioso confrontarsi. Io vengo da un mondo dove David Gilmour, Mark Knopfler, Hendrix, Jeff Beck e tanti altri mi hanno insegnato, attraverso i dischi, che una chitarra non deve necessariamente suonare cento note per raccontare qualcosa.

Ma Vasco, per quello che rappresenta per me, rimane quel sogno lì.

E se un giorno dovesse succedere, probabilmente per qualche secondo tornerei ad essere semplicemente quel ragazzino che ascoltava musica e immaginava di trovarsi su un palco enorme.

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5) Per te la musica cos’è? Cosa riesce a darti emotivamente?

Per me la musica è casa.

È difficile spiegarlo senza cadere nelle solite frasi, perché per me non è semplicemente una passione. È il posto in cui riesco a essere completamente me stesso.

Nella vita magari trattieni qualcosa, fai quello forte, sorridi quando non ne hai voglia, ingoi parole. Quando salgo sul palco tutto questo sparisce. Lì non posso mentire.

La musica mi ha raccolto tante volte quando ero a terra e mi ha permesso di trasformare cose brutte in qualcosa di bello. E questa forse è la sua forza più grande.

Poi c’è il palco. Quando guardi negli occhi una persona che sta cantando una tua frase, oppure vedi qualcuno emozionarsi per una canzone che magari hai scritto da solo in una stanza, succede qualcosa che non riesco ancora a spiegare.

Io non considero mai il pubblico un numero. Anche se davanti a me ci fosse una sola persona, quella persona meriterebbe la mia versione migliore.

Per questo dico sempre che la musica mi dà molto più di quello che io riesco a darle.

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6) Prima di uno spettacolo, qualche istante prima di entrare in scena, quali sono le tue sensazioni?

Succede un casino dentro di me.

E credo sia giusto così.

Prima di entrare sul palco ho bisogno di isolarmi. Posso sembrare distante, magari qualcuno può pensare che sia nervoso, ma in realtà sto entrando mentalmente dentro quello che devo fare.

Sento tensione, adrenalina, responsabilità. Soprattutto responsabilità. Perché quando sei il frontman senti addosso anche l’energia della band. Sai che tra pochi secondi devi essere il primo a crederci. Se sali tu con paura negli occhi, quella paura rischia di trasmettersi a tutti. Quindi respiro, guardo i miei ragazzi e cerco di ricordarmi perché siamo lì.

Poi arriva quel momento.

Le luci si abbassano, senti il rumore del pubblico, metti la chitarra addosso e fai il primo passo.

Da quel momento cambia tutto.

La paura diventa benzina.

Ed è probabilmente la sensazione più bella che conosco, perché quando salgo sul palco voglio lasciare tutto lì. Anche se qualcosa dovesse andare storto, voglio scendere sapendo di non essermi risparmiato neanche per un secondo.

Non voglio essere perfetto. Voglio essere vero.

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7) La frase del tuo nuovo brano che il pubblico dovrebbe portare sempre con sé?

Più che scegliere una frase soltanto perché suona bene, vorrei che chi ascolta Betterportasse con sé il significato del brano.

L’idea che anche quando attraversi un periodo in cui non riesci più a riconoscerti, non significa necessariamente che sia finita.

Puoi cadere. Puoi avere paura. Puoi attraversare il buio e puoi anche perderti per un po’.

Ma puoi tornare.

Magari non torni quello di prima. E forse è proprio questo il punto.

Puoi tornare Better.

Migliore non significa perfetto. Significa più consapevole, più vero, con qualche cicatrice in più ma ancora con la voglia di combattere.

Se anche una sola persona ascoltando questo pezzo riuscisse a pensare “ok, posso farcela ancora”, per me quella canzone avrebbe già fatto qualcosa di enorme.

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8) Grazie per essere stato con noi.

Grazie davvero a Musica Magazine per avermi dato questo spazio e soprattutto grazie a tutte le persone che sono arrivate fino a qui a leggere le mie parole.

Io non so dove ci porterà questo percorso. So però dove voglio provare ad arrivare e so quanta strada siamo disposti a fare per provarci.

In questo momento sto vivendo insieme alla mia band qualcosa che fino a poco tempo fa immaginavo soltanto. Ci sono stati sacrifici, porte chiuse, momenti in cui qualcuno ti dice “lascia perdere”, momenti in cui sei tu stesso a chiederti se ne valga veramente la pena.

Poi sali sul palco e trovi la risposta.

Ne vale la pena.

Sempre.

Continueremo a lavorare, a sbagliare, a crescere e a fare musica cercando di rimanere esattamente quelli che siamo.

Io continuerò a salire su ogni palco come se fosse il più importante della mia vita, che davanti ci siano cento persone o diecimila.

Perché prima dei numeri, dei risultati, delle classifiche e dei palchi, viene la musica.

Grazie a chi sta credendo nel progetto DOM, a chi ascolta i nostri brani, a chi viene ai live e anche a chi ci scoprirà domani.

Ci vediamo sotto un palco.

Speriamo che quel palco, un giorno, sia veramente grande.

Un abbraccio a tutti i lettori di Musica Magazine.

DOM 🤘🏻🖤

Pubblicato da Musica Magazine

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