L’intervista ai Nimby

Ciao, grazie di essere qui con noi, parlateci di voi!

Siamo i Nimby, una band calabrese che è nata tanti anni fa – 2009 – da un’idea mia (Tommaso La Vecchia) e di Aldo (Ferrara). Abbiamo fatto un po’ di cose – un ep e due album – prima di questa nuova avventura. Insieme a noi ci sono Vins (Perri) e Manu (Grandinetti) che sono la sessione ritmica del gruppo, e non solo. 

Siamo una band con tante influenze provenienti per lo più dal rock alternativo anglosassone e dalle produzioni indipendenti diy. Cantiamo in italiano non per un’esigenza di mercato, ma per avere il controllo massimo sul senso che vogliamo dare ai nostri brani, dato che la lingua italiana, anche se non appartiene alla maggior parte dei nostri ascolti, è la nostra c.d. lingua del cuore. Non è sicuramente un progetto nato a tavolino, ma strettamente legato ad una relazione alchemica che punta ad essere autentica e consapevole delle proprie intenzioni


Raccontateci come è nato il nuovo singolo.
In sala prove, prima che la band iniziasse il nuovo percorso con la formazione attuale.

Eravamo in un momento di pausa dopo l’uscita di nimby II e si provava senza fretta. Io e Simone (Matarese), ex batterista, giocavamo a fare i white stripes mentre Aldo traccheggiava con gli effetti; avevo questo giro di accordi un po’ scanzonato che volevo sentire con la batteria. Non ricordo bene chi ha registrato la session in “italese”, che è un miscuglio di suoni misti inglesi e italiani senza senso che utilizzo spesso in fase compositiva. Comunque è uscita così la prima bozza.

Qualche tempo dopo, quando nella band sono entrati Vins (Perri) e Giuseppe (Quaresima) – ex bassista – abbiamo fatto il resto tirando giù l’accordatura in do.

Chi o cosa vi ha ispirato? 

Le parole sono venute fuori pensando al mondo dei social media e al modo in cui permeano le nostre identità; volevamo cogliere il senso del rapporto che abbiamo con questa parte di noi e su ciò che ci spinge a farci fagocitare dai nostri avatar. La necessità di specchiarsi in un gesto senza fine ci restituisce una pura trasparenza, un’immagine idealizzata che cerca – forse invano – la sua realtà tra paure e solitudine.

La conseguenza è la perdita di contatto umano e di condivisione, cose senza le quali è impossibile immaginare un futuro nel quale possiamo incidere veramente, come collettività. Il concetto è che se ci spingiamo troppo oltre con lo schermo ci schermiamo dagli altri…fino a smettere di considerarli come persone, perché è tanto più facile essere buoni o cattivi senza guardare qualcuno negli occhi.

L’artista con cui vorreste collaborare?

Mmmm… non ce n’è qualcuno in particolare però crediamo che sia una questione di momenti e di incontri. Coinvolgiamo artisti con i quali possiamo condividere un percorso e una visione comune. Spesso la nostra sala prove è un luogo d’incontro con altri artisti della scena calabrese. 


Cosa vorreste comunicare con la vostra musica? 

La musica è un mezzo potente, a volte si autoimpone e comunica da sé tutto quello che hai da dire anche se tu non lo sai fino in fondo. La creazione di senso è un processo complesso che coinvolge più fattori. Di sicuro con questo lavoro abbiamo inteso darci una ragione come persone che giocano – come il gatto col topo – con questa complessità e con le contraddizioni che la compongono. Chiunque condivida questa attitudine sa perfettamente che può dare speranza, anche quando sembra che il futuro sia già scritto.


Il vostro sogno più grande?

Avere degli spazi nei quali suonare e condividere assieme agli altri le storie che raccontiamo. Sentiamo il dovere di pretenderlo in nome di tutta la scena indipendente, che sta soffrendo. Dopodiché, realizzata questa precondizione, potremo dire di aver esaudito il desiderio di abbracciare il pubblico e di leccargli le ferite.  

La frase più bella della vostra canzone! 

Questo lo dobbiamo chiedere a chi ci ascolta, in avatar ci sono tante parole nelle quali ognuno può cogliere una sua dimensione, una sua personale emozione, la sua voce inespressa.

Per chi scrive la frase più giusta è sempre quella che verrà…

Cosa consigliate al pubblico? Quale delle vostre frasi dovrebbero portarsi nel cuore?

Vale quello che abbiamo detto prima ma, nell’umile veste di “consigliere qualificato” e rimanendo su avatar direi di riflettere su questa frase: sbronzi di trasparenza, dentro una stanza senza spifferi, al buio, lustriamo l’odio.

Per noi è terapeutica: vogliamo dire che se perdiamo la nostra sostanza non ci rimane che la solitudine nella quale ci riduciamo a coltivare dei sentimenti senza una concreta partecipazione, ne vediamo solo la superficie e ce ne prendiamo cura in maniera asettica. È l’essenza della superficialità in quanto custodia di superficie e non di contenuto.

Pubblicato da Musica Magazine

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