
Dopo anni di studi di chitarra classica al conservatorio, il chitarrista e compositore italiano amaro (all’anagrafe Giuseppe David) inizia a esplorare nuove idee e sonorità, unendo il calore degli strumenti analogici con gli strumenti di produzione elettronica e digitale.
“images from a mosaic”, il mio EP di debutto, è un viaggio in cui il calore acustico incontra la trama dell’elettronica, dove strumenti organici e sintesi digitale si fondono per assemblare frammenti, memorie e suoni in un’unica tela coerente. Questo EP nasce dalla necessità di raccogliere pezzi di vita che non volevo andassero perduti: una collezione di ricordi e momenti in cui ogni brano vive come una luce rifratta, un tassello essenziale di un mosaico interiore.
In questo spazio sonoro, la solitudine non è un vuoto, ma una dimensione intima e contemplativa che si riflette nelle risonanze acustiche; la gioia di vivere vi scorre attraverso come una corrente luminosa, sorretta da pulsioni elettroniche e ritmiche avvolgenti. Sullo sfondo muove ogni cosa il mare, con il suo respiro perpetuo, la sua calma e la sua forza incontrollabile, simbolo di quella profondità in cui i ricordi affiorano e i suoni trovano la loro forma definitiva.
L’INTERVISTA
1) Ciao, grazie per essere qui con noi, parlaci te.
Ciao a tutti i lettori di Musica Magazine e grazie mille per questo spazio. Io sono Giuseppe, in arte amaro. Nasco come chitarrista con una formazione di stampo classico al conservatorio, ma negli anni ho sviluppato un legame viscerale con il mondo dei sintetizzatori, della produzione e della musica elettronica. Il mio percorso è una continua ricerca d’equilibrio tra questi due mondi: da una parte il calore organico e la disciplina della chitarra, dall’altra le possibilità espressive e le trame sonore dei synth.
2) Raccontaci del tuo nuovo lavoro discografico.
Il mio primo EP si intitola “images from a mosaic”. È una raccolta di brani che nasce dall’esigenza di fermare il tempo e di non perdere determinati momenti: pezzi di me che sono diventati concreti, trasposti in musica. Ho voluto unire il calore acustico alle trame dell’elettronica per creare una tela sonora coerente, dove ogni traccia è come una luce rifratta, la tessera di un mosaico interiore. È un lavoro che parla di vita vissuta: ci sono l’amore per la musica, il legame profondo con il mare, la gioia della condivisione con gli amici, ma anche quegli spazi più intimi e contemplativi di solitudine.
3) Nelle tue canzoni ti piace raccontare storie vissute in prima persona o immaginarie?
Decisamente storie e sensazioni vissute in prima persona. Mi piace che la mia musica sia radicata nella realtà di ciò che provo. Un esempio perfetto è il brano “tiles”: nasce dall’amore per il mare e da tutto ciò che gli gravita attorno, come la bellezza di passare una giornata estiva al mare con gli amici, il divertimento, i bagni, la spensieratezza. Però c’è un momento in tiles in cui le sonorità si fanno più cupe e malinconiche: in quella sezione ho voluto rappresentare il ritorno a casa da solo in macchina, di notte, dopo aver riaccompagnato tutti. Quel contrasto tra la gioia della compagnia e il silenzio della solitudine mentre guidi al buio è esattamente il tipo di esperienza reale che amo trasformare in suono.
4) L’artista con cui vorresti collaborare?
Se devo sognare senza limiti, l’artista con cui avrei voluto collaborare purtroppo non c’è più: Pino Daniele. Oltre ai grandi della musica classica che hanno segnato i miei studi, Pino è il mio idolo assoluto. Da chitarrista, è impossibile non rimanere incantati dal suo modo di far “cantare” lo strumento e dalle sue linee melodiche indiscutibili. Anche se la mia musica oggi prende una strada stilistica diversa rispetto alla sua, per me resta una fonte d’ispirazione eterna. Collaborare con lui sarebbe stato davvero un sogno.
5) Per te la musica cos’è? Cosa riesce a darti emotivamente?
Potrà sembrare banale, ma per me la musica è letteralmente la vita stessa. È l’unica cosa capace di farmi venire le farfalle nello stomaco, di farmi commuovere fino alle lacrime o di farmi sorridere da un secondo all’altro; riesce a trasportarmi emotivamente come niente altro al mondo. Ma soprattutto, per me la musica è ovunque nel quotidiano: c’è ritmo nel battito del cuore, c’è melodia nel canto degli uccelli, c’è una trama sonora nel rumore bianco del mare. La vita stessa è fatta di musica in ogni suo aspetto.
6) Come nasce un tuo brano? Parti prima dalla chitarra acustica/classica o dall’elettronica?
Per me la musica nasce spesso da una semplice cellula, che sia melodica, ritmica o armonica. Magari parte tutto da un arpeggio di chitarra che mi suscita un interesse o un’emozione, oppure da una sequenza o un arpeggio di sintetizzatore. Non mi arrogo il diritto di definire la mia musica come “complessa”, ma cerco sempre di spingermi oltre e di sviluppare quell’idea iniziale, facendola diventare pian piano più articolata. L’obiettivo è far evolvere quella semplice cellula lungo tutto il brano, portando con sé un determinato mood e un’esperienza precisa, per suscitare un’emozione profonda in chi ascolta. Non essendoci un testo, è proprio questo sviluppo sonoro a raccontare la storia.
7) C’è un’emozione o un reazione particolare che speri di lasciar impressa in chi ascolta dopo che l’ultima nota del brano sfuma?
Quello che cerco sopra ogni cosa è suscitare un’emozione, una qualsiasi emozione. Vorrei infinitamente che chi ascolta un mio brano potesse provare, anche solo in minima parte, quello che provo io nel momento in cui quel pezzo sta nascendo e le cose iniziano a quadrare: quella sensazione unica di quando senti che è nato qualcosa di bello.Mi piacerebbe riuscire a far viaggiare le persone con la testa, a farle entrare in un proprio immaginario. Non deve essere per forza il mio, perché la mia musica è aperta alla libera interpretazione, ma la mia speranza più grande resta sempre quella di lasciare un segno emotivo in chi ascolta.
8) Grazie per essere stato con noi.
Desidero ringraziare di cuore tutti i lettori di Musica Magazine per aver dedicato il loro prezioso tempo a leggere ciò che sentivo la necessità di raccontare: un pezzo di me stesso e della mia musica. C’è ancora tanto altro da scoprire. Il mio motto è “Exploring the undefined”, esplorare l’indefinito, che per me significa andare oltre gli schemi convenzionali e cercare continuamente di creare qualcosa di nuovo e inaspettato.