
Il rinomato produttore discografico Gianni Testa, fondatore della Joseba Label e Publishing, è stato insignito del prestigioso riconoscimento alla carriera come “Produttore discografico” durante la cerimonia del Microfono d’Oro 2024, tenutasi nella storica Sala della Protomoteca in Campidoglio.
Dopo una serie di successi culminati nella recente celebrazione del suo 50° compleanno presso il Joseba Studio, evento che ha visto la partecipazione di numerosi personaggi del panorama musicale italiano e internazionale, Gianni Testa ha dichiarato:
“La città che ho sempre amato e in cui ho deciso di mettere radici trent’anni fa oggi mi premia al Campidoglio con un encomio speciale come produttore. Sono fiero e orgoglioso di ciò che Roma ha dato alla mia vita, ma anche di ciò che io sto facendo per lei. Grazie alla meravigliosa organizzazione di Fabrizio Pacifici. La kermesse è promossa dall’On. Fabrizio Santori, Segretario d’Aula Assemblea Capitolina. Orgoglioso di aver portato Joseba Label, Publishing e tutti gli artisti che rappresento con me nella sala della “Protomoteca” più famosa al mondo.”
A premiare Testa è stato Fabrizio Pacifici, ideatore e conduttore della manifestazione, che ogni anno celebra le voci più amate delle radio nazionali. L’evento, ormai diventato un appuntamento imperdibile nella Capitale, ha premiato anche quest’anno le trasmissioni radiofoniche più popolari e seguite, grazie al contributo di una giuria di qualità ed esperti del settore.
L’INTERVISTA
Gianni Testa, un grande produttore discografico italiano, cosa ti ha spinto ad intraprendere la strada da produttore?
È stato un percorso spontaneo, un ritorno alle origini. Fin da giovane, quando cantavo e facevo dischi con i produttori artistici, scrivevo canzoni. Negli anni ho abbandonato questo talento per dedicarmi ad altre attività, belle e importanti ma diverse artisticamente, come il musical e il lavoro di corista per la televisione. A un certo punto, ho deciso di mettere a disposizione il mio bagaglio artistico di 30 anni al servizio di giovani artisti e di volti noti che si rivolgono a me come direttore artistico per i loro progetti. Quindi, non solo come autore, ma molto di più.
Quanto è difficile lavorare con artisti di genere diverso, dando ad ognuno la sua originalità?
Più che difficile, è eccitante, perché mi permette di sviluppare l’originalità di ognuno di loro. Joseba, fin dal principio, ha puntato sulla diversità dei propri artisti, mantenendo solo la filosofia del messaggio che diffondono: positività, amore e cose belle, ma non per questo banali. Trovo più banale sentire nei testi parole come “pistola”, “carcere”, “droga” e contenuti simili, che abbiamo ereditato dai rapper americani di 30 anni fa. Stiamo solo imitando qualcosa che è già stato detto e ridetto. L’amore, invece, è sempre necessario; della violenza possiamo fare a meno.
La tua avventura nella musica come è iniziata? Come hai capito che questa sarebbe stata la tua strada?
Ho iniziato a 7-8 anni per gioco e per caso, con la chitarra di mio cugino Dante, che mi accompagnava nel giardino di casa. Poi, a un certo punto, mi sono trovato in televisione come bambino prodigio. Il mio primo brano è stato “L’italiano” di Toto Cutugno e da lì la musica mi ha travolto.
Quanto è difficile oggi mantenere la propria identità musicale?
Basta avere la produzione artistica giusta e un team di professionisti veri che lavorano per te e che sappiano tirare fuori la tua identità senza imitare modelli già visti e rivisti. Eviti così di diventare la copia della copia della copia. Quando compro una Gucci, voglio l’originale; le copie non mi piacciono.
Cosa consiglieresti ai ragazzi che vogliono intraprendere la carriera nel mondo della musica, sia come artisti che come produttori?
Consiglio di costruire una carriera basata sull’affermazione personale e non sui successi facili, fatta di studio, determinazione e sacrifici che portano sempre a un risultato. Le scorciatoie sono terribili!
Grazie per essere stato con noi, è stato un onore intervistarti.
È stato un piacere per me, perché è sempre bello quando i giornalisti si prendono cura di chi fa del proprio lavoro una missione.